PITTURA E FOTOGRAFIA (SEGNO E SCATTO)
ALI' ASSAF
MARIA PINA BENTIVENGA
CLAUDIO BISSATTINI
FULVIO BORTOLOZZO
ENNIO CALABRIA
FABRIZIO CAMPANELLA
MASSIMO CAMPI
GIOVANNA CASTALDO
ELISABETTA CATALANO
SERGIO CECCOTTI
SOLVEIG COGLIANI
MARIO DE BIASI
MARILU' EUSTACHIO
FRANCO FONTANA
ETTORE FRANI
PASQUALE "NERO" GALANTE
OMAR GALLIANI
NATALIA GAMBINO
FRANCA GIOVANROSA
MIMMO JODICE
LEANDRO LOTTICI
FLAVIA MANTOVAN
MARIO MORETTI
ALBERTO MUCIACCIA
SIGFRIDO OLIVIA
ALESSANDRA PEDONESI
DINO PEDRIALI
ELETTRA RANNO
FABIANA ROSCIOLI
SALVO
RUGGERO SAVINIO
SINISCA
SILVIA STUCKY
FRANCESCA VERGNANO
Segno e scatto: un confronto aperto
Senza entrare nel merito dell’antica querelle tra
pittura e fotografia, che qui si dà per scontata,
il problema della potenzialità espressiva degli
specifici ambiti rimane, per certi aspetti, ancora oggi
aperto. Se la potenza rappresentativa del mezzo fotografico
ha determinato la crisi dell’arte e della sua funzione
sociale, è pur vero che ha stimolato gli artisti
a ricercare nuove possibilità espressive in rapporto
ai cambiamenti radicali dell’epoca moderna. Venuta
meno la necessità di documentare il reale, di una
mimesi naturalistica di fatti, luoghi e persone, l’arte
ha spostato la sua attenzione altrove, cercando di ristabilire
nuove relazioni di senso con la vita e il suo tempo, interrogandosi
sul mondo e sul suo essere nel mondo. Entro questo solco
si è mossa essenzialmente l’arte del Novecento,
affidando la lettura della contemporaneità non
più, o non solo, all’immagine, ma al segno,
alla materia, al gesto come espressione diretta del rapporto
tra diversi soggetti, tra sé e l’altro. Dalla
riproduzione della realtà la pittura si è
spostata al piano della visione, del reale reso visibile,
sottraendosi al potere illusionistico della rappresentazione
e al criterio di verosimiglianza con l’oggetto.
Arte, dunque, come modo di vedere più che di raffigurare,
come atto del conoscere più che del già
conosciuto.
Nell’attuale società, che si connota da tempo
come società dell’immagine, non solo mancano
parametri condivisi di giudizio per stabilire ciò
che è arte e ciò che non lo è, ma
porsi il problema della definizione dell’opera d’arte
oggi sembra addirittura non avere più alcun senso,
anzi significa di fatto essere fuori contesto, out. Ciò
che conta è che qualsiasi cosa essa sia, trovi
spazio nel sistema dell’arte, condizione che ne
decreta immediatamente lo status di opera d’arte.
La fotografia è entrata a pieno titolo nel mondo
dell’arte insieme ad altre forme espressive che
caratterizzano il panorama artistico odierno e di cui
diviene essa stessa elemento costitutivo come nel caso
delle installazioni e di quant’altro ricorre alla
contaminazione dei linguaggi. L’utilizzo di strumenti
che sono ormai parte integrante dell’universo comunicativo,
dalle prime tecnologie a quelle di ultima generazione,
consente di riprodurre l’esperienza vissuta o di
riproporla in una diversa condizione capace di generare
suggestioni, emozioni, riflessioni, che riqualifichino
il quotidiano. Aver trasferito il processo creativo dal
piano della generazione del pensiero al piano dell’esperienza
intesa come gioco intertestuale finalizzato alla restituzione
plurisensoriale della realtà, così come
essa è normalmente percepita, ha falsificato i
parametri di riferimento per cui si confonde il potere
delle tecnologie con le potenzialità del processo
creativo, che appare sempre più ridursi all’uso
di una creatività stupefacente degli strumenti
entro un contesto multidisciplinare. Ma l’opera
d’arte non è la risultante fisica di un concetto,
né la traduzione diretta del pensiero del suo artefice.
Se così fosse si perderebbe quella rete di relazioni
che sfugge a qualsiasi tentativo di ricondurre tutto al
principio di causa-effetto, così come l’enigmaticità
del mondo e la dimensione dello sconosciuto non troverebbero
più spazio nella visione come presenza autonoma
generata dall’artista.
La ragioni di questa mostra nascono, dunque, da queste
considerazioni con la consapevolezza che, data la complessità
del tema, non sarà possibile affrontare in modo
esauriente i nodi del discorso, ma solo individuare alcuni
punti su cui riflettere attraverso una modalità
di fruizione che non vuole essere interattiva, quanto
invece intersoggettiva, in cui autori e fruitore s’incontrano
in un contesto non determinato a propri. Contesto che,
imponendo il confronto tra dipinti e fotografie, consente
alle assonanze/dissonanze che emergono dalla loro vicinanza
di provocare il fruitore, spostando la sua attenzione
dai contenuti dell’opera al linguaggio, in ultimo
al processo creativo. Confrontare pittura e fotografia
non nasce dalla necessità, fine a se stessa, di
presentare una diversità di soluzioni formali sui
temi proposti, ritratto, paesaggio e architetture, ma
dall’urgenza di affrontare il problema di uno specifico
fotografico e pittorico, che sott’intende quello
dell’identità artistica della fotografia
e della definizione di opera d’arte. Parlare di
uno specifico, significa però parlare di linguaggio.
E qui si pone l’altra questione, quella del rapporto
tra linguaggi. Ma se il linguaggio si riduce a tecnica,
allora questo confronto non ha più ragione d’essere.
Se, invece, il linguaggio è qualcos’altro
capace di farsi veicolo di elementi di senso che si autodeterminano,
allora il discorso si sposta dall’autonomia dal
soggetto rappresentato alle potenzialità espressive
dei linguaggi in rapporto alla contemporaneità
ed alle problematiche dell’epoca.
Quanto la fotografia sia lontana dall’essere una
registrazione passiva del reale, una copia fedele del
mondo visibile, è un dato ormai acquisito. Nessuna
delle fotografie esposte lo è. Nessuna appare “neutra”.
L’immagine, al contrario, non negando affatto la
soggettività dello scatto, il punto di vista dell’autore,
si rivela interpretazione del reale. In tal senso, si
può parlare di valore aggiunto. Se dall’idea
di fermare il tempo, e dunque la fugacità della
vita, deriva la fotografia come documento della realtà,
dall’interpretazione del reale nasce la fotografia
come progetto artistico che non richiede necessariamente
la presenza dell’oggetto, reso talvolta perfino
irriconoscibile. All’istantaneità dello scatto,
la pittura contrappone la durata del gesto che nel farsi
segno dà corpo alle cose. Ridurre, però,
il problema dello specifico fotografico e pittorico ai
soli termini di immaterialità e di materialità,
oltre che apparire semplicistico, non consente di cogliere
un elemento connotativo fondamentale del linguaggio pittorico
odierno, quello del metamorfismo, per cui il mutare del
tempo si traduce in cambiamento di stato della materia.
Se la fotografia opera fuori dal tempo e dalla materia,
la pittura non può prescindere da questi due parametri;
se la fotografia è il luogo dell’apparenza,
la pittura è il luogo dell’esistenza; se
la fotografia si colloca tra la rappresentazione “interpretata”
dell’oggetto e il progetto comunicativo, la pittura
si muove sul piano del processo creativo e dei dinamismi
della vita; se la fotografia ha una valenza sociale solo
quando si connota come documento o come atto di denuncia,
la pittura assume una funzione sociale quando concorre
con l’unicità del suo processo ad esprimere
la complessità del pensiero in rapporto alla contemporaneità,
divenendo parte attiva della trasformazione stessa del
pensiero; se, infine, gli esiti fotografici sono determinati,
pur nella partecipazione soggettività dell’autore,
dall’autorità del procedimento meccanico,
quelli pittorici richiedono l’intervento consapevole
e, nel contempo, inconsapevole dell’artista che
attinge dal proprio inconscio come una fonte informativa
più ampia.
Sono riflessioni che andrebbero senza dubbio approfondite,
ma che in questa sede si affida in ultimo al confronto
diretto delle trentaquattro opere di autori diversi per
generazione e per formazione. Confronto che talvolta sembra
far cadere in contraddizione il discorso, ma che invece
pone l’altra difficile questione degli sconfinamenti
tra pittura e fotografia come nel caso dell’iperrealismo
di Ettore Frani o della manipolazione fotografica di Fabiana
Roscioli o nel caso in cui la situazione si ribalta e
la fotografia di Alessandra Pedonesi diviene allusiva,
rimandando per altre vie al tema, mentre il dipinto di
Claudio Bissattini rappresenta l’oggetto tout court.
Gli accostamenti proposti in ogni singola sezione sono
il risultato di un’accurata selezione delle opere
che si richiamano l’un l’altra essenzialmente
per similitudine d’immagine, particolarmente evidente
nei paesaggi di Ruggero Savinio e di Natalia Gambino,
ma anche in quelli di Salvo e di Marilù Eustachio,
nelle architetture di Massimo Campi e di Fulvio Bortolozzo
o nei grattacieli di Giovanna Castaldo e di Mario De Biasi
o ancora nelle vedute romane di Sigfrido Oliva e di Mimmo
Jodice; o per capacità evocativa, come nella natura
di Mario Moretti e di Silvia Stucky dove la sospensione
del tempo, il silenzio fanno da trait d’union; o
per analogie d’altro tipo, dalla ricercatezza dei
ritratti di Omar Galliani e di Roscioli ai volti-icona
di Lou Reed e Rudolf Nureyev, rispettivamente di Pasquale“Nero”Galante
e di Dino Pedriali, alla forza espressiva dei paesaggi
di Maria Pina Bentivenga e di Francesca Vergnano, alla
riduzione del dato naturalistico nei paesaggi di Fabrizio
Campanella e di Franco Fontana; o per dissonanze, come
nei ritratti di Frani e di Elisabetta Catalano, il primo
incentrato su un unico dettaglio, la fronte di una donna,
il secondo sulla figura intera di Luigi Ontani, o in quelli
di Flavia Mantovan e di Alì Assaf, dove all’ironica
santificazione di David Beckham fa riscontro un volto
anonimo celato da un fumo che ne nasconde i tratti, o
nelle architetture di Leandro Lottici e di Alberto Muciaccia,
due diversi sguardi sulla città, esterno/interno,
e sui suoi dinamismi, o in quelle di Solveig Cogliani
e di Franca Giovanrosa, immediatamente caratterizzate
ed identificabili le prime, così semplificate e
rigorose, tono su tono, le seconde; o per scelte formali
come nelle città di Sergio Ceccotti e Sinisca,
impostate sulla composizione/sovrapposizione degli elementi
architettonici. Per quanto riguarda gli autoritratti di
Ennio Calabria e Elettra Ranno, essi occupano un posto
particolare all’interno della sezione ritratti per
il paradosso, in tal senso emblematico, che nasce dal
confronto provocatorio tra l’autoritratto fortemente
connotato del pittore e quello assolutamente irriconoscibile,
privo di qualsiasi dettaglio informativo, della fotografa.
Molto ci sarebbe da dire sugli autori e le loro opere,
ma lo spazio è un grande tiranno che a un certo
punto chiude le porte. Il discorso, come già sottolineato
all’inizio, rimane invece aperto alle riflessioni,
ai diversi punti di vista, al confronto.
Ida Mitrano