TESTO |
Musica e Arti Figurative
Gli studi sul rapporto tra musica e arti figurative si inquadrano
in una tradizione che parte dal Romanticismo del Settecento.
Un esempio di questi studi e pareri diversi, è quello
eseguito da Hermanu von Helmhontz, noto filosofo e musicologo,
che affermò che non c’è nessun rapporto
o intreccio tra i suoni, definiti dal timbro, e i colori.
Questo lo dimostrò dicendo semplicemente che il timbro
di un suono dipende dalla frequenza dell’onda sonora
e invece il colore che noi vediamo è l’effetto
chimico dei raggi luminosi sulla retina.
Di tutt’altro parere era invece Wassily Kandinsky, che
disse testualmente: “ Il colore è il tasto, l’occhio
è il martelletto, l’anima è il pianoforte
con molte corde, l’artista è la mano che toccando
questo o quel tasto, fa vibrare l’anima”. Con
questa filosofia Kandinsky volle anche creare un’opera,
“Il suono giallo”, che però non fu mai
rappresentata: essa viene chiamata un’opera di arte
totale, poiché racchiudeva in essa vari tipi di arte
figurativa, ma anche la musica.
Kandinsky andò anche oltre, distinguendo ogni tipo
di suoni e paragonandoli ai vari colori: caldo e vivace il
rosso, squillante e spensierato il giallo, profondo l’azzurro,
drammatico il blu. Questi studi vennero portati avanti da
Luigi Veronesi, pittore astrattista del 900, che affermò
che in un suono l’intensità del tono è
rappresentata dalla quantità di suono a cui corrisponde
una quantità di colore. Al contrario una pausa in un
brano, corrisponde ad una mancanza di colore che per l’occhio
umano corrisponde ad un grigio neutro.
Opera importante di Veronesi è la realizzazione di
14 Variazioni di tema Pittorico, che in seguito seguendo questi
pensieri vennero seguite da 14 Variazioni di tema Musicale
di Malipiero.
Quindi, denominatore comune tra la musica e la pittura è
che ttraverso loro si entra nella sfera emotiva dell’artista
svelando all’uomo la Bellezza e con essa il senso trascendente
dell’esistenza. Musica e Arti figurative come linguaggio
delle emozioni, fusione metafisica tra la nostra anima e la
realtà che ci circonda.
SONIA COSTANTINI
LA MUSICA E LE ALTRE ARTI CLAUDIO STRINATI
Malgrado le apparenze, le relazioni tra le arti visive e
la musica possono apparire sfuggenti e vaghe a meno che non
si tratti di esperienze documentate e documentabili. Di recente
un caso emblematico ha attratto l’ attenzione degli
studiosi. E’ stata esaminata meglio una vicenda, tra
mille simili, che era già nota agli esperti ma pressochè
sconosciuta a un pubblico più vasto di intenditori.
Si tratta di questo: poco dopo la metà del Seicento
visse e operò a Roma un grandissimo architetto, Carlo
Rainaldi noto per una serie di opere con cui impresse una
vera e propria svolta alla poetica barocca di carattere berniniano
che lo precedeva di poco. Rainaldi era, nel contempo, musicista
ma non musicista dilettante come nei secoli è frequentissimo
trovare in tante categorie professionali ma compositore estremamente
dotato e competente. Fino a epoche recenti questa notizia
era nota solo a pochi conoscitori ma ultimamente, per merito
di musicisti e musicologi appassionati, le composizioni di
Carlo Rainaldi sono state riesaminate e registrate in cd.
Si tratta di brani vocali e strumentali che seguono puntualmente
il gusto dell’ epoca e sono di alta qualità compositiva
anche se non si può parlare, di fronte a questi pezzi
, di capolavori. Ma il punto interessante nell’ ambito
di una teoria generale sui rapporti musica-architettura (
in questo caso, ma ovviamente il discorso resta valido per
la questione musica-pittura o musica- scultura) è quello
inerente al concetto dell’ “equivalenza”.
Per quel che riguarda il Rainaldi il discorso può essere
impostato su solide basi filologiche. Noi conosciamo oggi
benissimo la figura di Carlo Rainaldi architetto e siamo in
grado di valutare i punti essenziali del suo stile. Un grande
storico del passato parlò, a proposito del Rainaldi,
di classicismo-barocco volendo intendendere che il suo stile
da un lato segue il principio della magniloquenza e dilatazione
spaziale tipico del barocco ma dall’ altro si serve
di elementi architettonici desunti direttamente dalla tradizione
classica degli antichi per cui, a differenza di un Borromini,
Rainaldi non distorce mai il singolo elemento lessicale per
piegarlo nel proprio stile ma si serve dell’ eloquio
classico e solenne per edificare una struttura spaziale dinamica
e di fatto anticlassica. E’ interessante a questo punto
indagare sul criterio della “equivalenza” spesso
utilizzato quando si fanno paragoni tra le arti. La musica
composta dal Rainaldi, che oggi conosciamo molto meglio e
che fu già lodata al suo tempo, equivale effettivamente
a questo criterio del “classicismo barocco” che
egli realizza nella sua architettura? Naturalmente la risposta
è positiva. L’ equivalenza è inevitabile
essendo lo stesso autore, la stessa epoca e lo stesso gusto.
Ma quando si rivolge l’ attenzione all’ effetto
che i diversi linguaggi provocano sull’ osservatore,
nel caso della architettura, o sull’ ascoltatore, nel
caso della musica, le cose cambiano sensibilmente.
La stessa disposizione d’ animo, tanto più verificabile
in una sola persona, genera linguaggi diversi. L’ architettura
del Rainaldi, infatti, essendo impostata sul criterio del
“classicismo-barocco” ingenera nell’ osservatore
una sensazione di grandezza, maestà, dominio sul disordine
del mondo, profondo conforto interiore. Chi, ad esempio, entra
a Roma nella Piazza Campitelli e osserva la chiesa ivi edificata
dal Rainaldi ( Santa Maria in Campitelli) avverte inevitabilmente
un senso di pienezza e di superiore pacificazione che, se
sensibile all’ arte, non può non esaltarlo. Se
ora andiamo a ascoltare con orecchio attento e competente
una bella Cantata del Rainaldi ci accorgiamo che i principi
su cui il maestro ha scritto la Cantata equivalgono effettivamente
a quel bilanciamento tra classicismo e barocco su cui egli
edificò tutte le sue opere magistrali ma l’ effetto
che arriva all’ ascoltatore è di una quieta omogeneità
di sentimento da cui sembra essere esclusa a priori ogni possibilità
di esaltazione e di entusiasmo creativo. In altre parole la
stessa mentalità e la stessa impostazione generano
reazioni diverse. Ma il problema non è nel Rainaldi
e non è nemmeno nel fatto, ovvio, che il maestro come
architetto era un genio e esercitava la sua vera effettiva
professione e come musicista, pur competentissimo , era in
definitiva un eccellente scrittore ma non esprimeva l’
essenza della sua mente in quella forma d’ arte.
Il problema è nella evoluzione generale dei linguaggi.
Linguaggi coevi non necessariamente sono passibili di una
analisi volta a mettere in luce le loro eventuali “equivalenze”.
E il perché è questo: i diversi linguaggi artistici,
cioè quello della musica, quello della pittura, quello
della architettura e così via, non scorrono mai paralleli
nella storia. Per “paralleli” bisogna intendere
il grado di maturità e capacità espressiva raggiunta
da ciascun linguaggio. Per esempio nel Seicento l’ evoluzione
e l’arricchimento del linguaggio musicale e di quello
architettonico, a prescindere dalle singole personalità
creatrici, fu ben diverso. Il linguaggio architettonico si
trovava a un punto culminante della sua evoluzione e in certi
settori aveva raggiunto un perfezionamento supremo. Quindi
il grande architetto poteva realizzare edifici di altissima
complessità e bellezza. Nella stessa epoca invece il
linguaggio della musica era in continua e tumultuosa trasformazione.
Quindi il grande musicista poteva certamente creare al più
alto livello ma restava intrinseca al linguaggio l’
esigenza di mutamenti continui che rendevano presto superate
determinate formule. Ecco perché Rainaldi potè
essere musicista valente ma architetto supremo. Musicisti
supremi certamente ce ne erano al tempo del Rainaldi ma il
tipo di linguaggio da loro realizzato non può avere
per noi fruitori moderni lo stesso grado di intensità
e di riconoscibilità, perché la nostra esperienza
di quei fenomeni lontani è diversa. L’ architettura
del Seicento è quotidianamente davanti ai nostri occhi
ma la musica del Seicento è più difficilmente
attingibile e riconoscibile, anche per gli stessi esperti.
Così il confronto tra linguaggi artistici in tecniche
diverse è una sorta di “staffetta” storica
in cui il passaggio del testimone è sempre molto difficile
a collocarsi con precisione.
ARTI VISIVE E MUSICA ELIO MATASSI
La relazione disgiuntiva o compenetrativa di arti visive
e musica è stata sempre molto controversa. A tale fine
ritengo pregiudiziale fare un passo indietro per approfondire
almeno alcune
delle premesse più generali che condizionano a monte
la relazione o la disgiunzione di ‘arti visive’
e ‘musica’; mi riferisco in particolare alla antitesi
fra il ‘plastico’ ed il ‘propriamente musicale’,
tipica di alcuni momenti dell’este¬tica musicale
romantica. Penso in primo luogo ad alcune formulazioni presenti
nell’articolo dedicato da E.Th.A. Hoffmann alla musica
strumentale di Beethoven (una sintesi delle recensioni della
Quinta Sinfonia e dei Trii): «L’avete mai sospettata
questa essenza caratteristica della musica, poveri autori
di composizioni strumentali, che vi affaticate penosamente
a rappresentare sentimenti determinati, o perfino avvenimenti?
Come mai vi è potuto venire in mente di trattare plasticamente
quest’arte, che è proprio l’opposto della
plastica? Le vostre aurore, i vostri temporali, le vostre
batailles des trois empereurs, ecc., erano ridicolissimi errori,
puniti con un completo e ben meritato oblio» . L’orizzonte
storico-filosofico nel quale la contrapposizione di ‘plastico’
e di ‘musicale’ acquista risalto, già contestualizzato
in autori come August Wilhelm Schlegel e Jean Paul, viene
assunto nel 1810 quale presupposizione ancora inespressa da
E.Th.A. Hoffmann e prospettata esplicitamente nel saggio Alte
und neue Kirkenmusik (1810): «I due poli opposti, l’antico
e il moderno, ovvero il paganesimo ed il cristianesimo, sono
in arte la plastica e la musica. Il cristianesimo annientò
la prima e creò la seconda» . L’associazione
dell’idea della ‘plastica’ con il paganesimo
e quella della musica con il cristianesimo viene argomentata
in maniera plausibile e convincente da C. Dahlhaus: se nell’antichità
l’idea di Dio ritrovava la sua più compiuta realizzazione
nella statua, nel cristianesimo invece si traduce nella musica,
la quale sia nella sua declinazione polifonico-vocale come
in quella strumentale, fa presagire l’infinito . Una
delle tesi portanti del saggio Alte und neue Kirkenmusik sta
nell’assumere che l’«armonia» o in
al¬tri termini, la «polifonia» – e non
la «melodia» – è il contrassegno
dell’epoca «moderna, cristiana, romantica»
della musica: «In Palestrina accordi perfetti consonanti
si susseguono senza alcun ornamento, senza slancio melodico;
la loro potenza ed arditezza afferrano l’animo con forza
indicibile e lo sollevano verso l’Altissimo. L’amore,
la concordanza con tutto ciò che è spirituale
nella natura, quale è stato annunziato e promesso al
cristiano, si esprime nell’accordo, che quindi prese
vita solo nel cristianesimo; e così l’accordo,
l’armonia, diventa imma¬gine ed espressione della
comunità degli spiriti, dell’unione con l’eterno,
con l’ideale che troneggia sopra di noi, eppure ci racchiude
in sé» . Attestando la cifra della modernità,
la polifonia vocale di Palestrina e la musica strumentale
pura stanno dalla stessa parte: «L’impulso meraviglioso
a riconoscere il dominio dello spirito vivificante della natura,
anzi il nostro essere in lui, la nostra patria ultraterrena,
l’impulso che si manifesta nelle scienze, è stato
preannunziato dai suoni presaghi della musica, che parlava
con sempre maggior varie¬tà e perfezione delle
meraviglie del regno lontano. Infatti è sicuro che
in tempi recenti la musica strumentale si è sollevata
ad un’altezza di cui gli antichi maestri non avevano
idea; come pure i musicisti moderni sorpassa¬no di gran
lunga gli antichi per capacità tecnica» .
L’antitesi plastico/musicale, formulata con grande efficacia
da E.Th.A. Hoffmann, fornisce il quadro generale di riferimento
della contrapposizione antico/moderno, i cui termini sono
ripresi quasi letteralmente dalla descri¬zione di Jean
Paul della «poesia moderna»: «È talmente
facile far derivare l’origine ed il carattere di tutta
la poesia moderna dal cristianesimo che, invece di romantica,
si potrebbe benissimo definirla cristiana. A guisa di un Giorno
del giudizio, il cristianesimo annientò l’intero
mondo dei sensi con tutte le sue attrattive, lo schiacciò
fino a farlo diventare un tumulo funerario, una funzione del
cielo ed al suo posto mise un nuovo mondo di spiriti...»
.
All’interno di tale grandiosa dicotomia si genera quella
che può essere considerata una variante o subordinata:
l’antitesi fra visione ed ascolto e dunque fra arti
afferenti alla prima dimensione ed arte (la musica), invece,
di competenza della seconda. Anche per questo caso è
E.Th.A. Hoffmann ad indicare il percorso teorico ottimale
in un contesto desunto dallo Anhang dei Fragmente aus dem
Nachlasse eines jungen Physikers. Ein Taschenbuch für
Freunde der Natur di Johann Wilhelm Ritter: «Sarebbe
bello che, come ciò che qui diverrebbe chiaro esternamente,
tale fosse anche ciò che per noi la figura sonora è
internamente: figura di luce, scrittura di fuoco. Con ciò,
ogni suono ha immediatamente con sé la sua lettera;
e la questione è se noi, in generale, non udiamo che
scrittura – se non leggiamo, quando udiamo –,
– se non vediamo scrittura! – Non è forse
ogni vedere un udire con l’orecchio interno, e l’udire
un vedere da e per mezzo dell’interno?» . Meglio
ancora, la formulazione di J. W. Ritter indica compiutamente
il massimo di compenetrazione tra visione ed ascolto, un valore
massimale che enfatizza il significato della musica strumentale.
Anche il commento di E.Th.A. Hoffmann al contesto mutuato
da J.W. Ritter va nella stessa direzione: «Se, come
afferma un eminente fisico, l’audizione è una
‘visione interiore’, per il musicista la visione
è una ‘audizione interiore’ – o piuttosto,
una profonda presa di coscienza della musica la quale, vibrando
all’unisono con lo spirito del musicista stesso, risuona
da tutto ciò che il suo occhio riesce ad abbracciare.
Così, le improvvise ispirazioni, il nascere delle melodie
nella mente del musicista, si spieghe¬rebbe con la facoltà
inconscia – (o meglio : non definibile con parole) –
di cogliere la musica occulta della na¬tura e di riconoscere
in essa il principio della vita e di ogni manifestazione vitale»
. Il massimo di compenetrazione, che, rimanendo la musica
il linguaggio universale della natura e parlando a noi per
risonanze magiche, misteriose, impossibili a tradursi e fissarsi
nei segni, continua ad alimentare il mito della musica pura,
assoluta. Se nel linguaggio umano vi è un nesso così
intrinseco fra suono e parola, da rendere impossibile la for¬mulazione
di qualsivoglia pensiero senza il supporto del geroglifico
corrispettivo (le lettere della parola scritta), non altrettanto
necessitante è la relazione istituitasi tra l’ispirazione,
la sollecitazione e la spedi¬ta e disinvolta stesura dei
segni (le note). Audizione e visione si immedesimano fino
all’estremo per esaltare il punto di vista interno,
la proiezione interiore; da tale angolazione tale immedesimazione
finisce per far pre¬valere l’ascolto in quanto autoascolto.
Nella prospettiva approfondita finora, di E.Th.A. Hoffmann,
accanto all’endiadi, arti della visione ed arte dell’ascolto,
vige anche il principio disgiuntivo, arti della visione o
arte dell’ascolto. Anzi, per talune implicazioni, il
seme stesso della disgiunzione si annida già all’inter¬no
dell’endiadi. Ovviamente l’alternativa postulata
ha un profilo preciso, quello dell’ascolto.
Inizio ad esaminare un’ulteriore possibilità,
che mette in discussione la struttura argomentativa prospettata
fin qui, a partire dalla considerazione più generale,
l’antitesi di ‘plastico’ e di ‘musicale’
e quella connessavi di antico/moderno. Mi riferisco al capitolo
IV; de Il tramonto dell’Occidente spengleriano, che
recita icasticamente, «Musica e arti plastiche»
ed il cui cominciamento è inequivoco: «Prescindendo
dal regno delle idee della matematica e della scienza della
natura e dal simbolismo insito nei concetti fondamentali di
tali discipline, il sentimento del mondo dell’uomo superiore
ha trovato la sua espressione simbolica più distintiva
nel¬le arti figurative, che sono senza numero. In esse
rientra anche la musica; e se le specie così varie
della musica fossero state incluse nello studio della storia
dell’arte senza separarle dal dominio delle arti pittoriche
e plastiche, si sarebbe andati assai più avanti nella
comprensione dello sviluppo, rivolto a un fine, di quella
sto¬ria» . Nell’affermazione, «Auch
die Musik gehört dazu», vi è la rivendicazione
di un’appartenenza, che rap¬presenta l’esatto
controaltare della prospettiva di E.Th.A. Hoffmann. Nell’argomentazione
di Spengler vi è un ulteriore passaggio che merita
di essere sottolineato: non si può correlare estrinsecamente
la distinzione fra ar¬ti visive e musica a quella fra
mezzi ottici ed acustici di espressione; non è certamente
questo il criterio di discriminazione fra un’arte ed
un’altra. Non esistono arti che possano essere rigorosamente
circoscritte da un unico organo sensoriale, parlare di ‘arte
dell’occhio’ o di ‘arte dell’orecchio’
equivale a formulare affermazioni prive di senso: «Solo
il diciannovesimo secolo poté sopravvalutare le condizioni
fisiologi¬che dell’espressione, della ricezione,
della trasmissione. Un quadro ‘cantante’ di Lorrain
o di Watteau si rivol¬ge propriamente così poco
all’occhio fisico, quanto la musica creatrice di spazio
a partire da Bach si rivolge all’orecchio fisico»
. In realtà il rapporto tra arti ed organi di senso
presume una trasversalità che non può essere
ridotta in canoni prestabiliti; se mai le differenze piuttosto
di circoscrivere dall’esterno i di¬versi ambiti
estetici, passano all’interno della stessa arte; fra
due specie di pittura può esservi una distanza infinitamente
maggiore di quella fra una musica ed una pittura dello stesso
quadro epocale. Per alcune espressioni mu¬sicali (per
esempio gli ultimi quartetti di Beethoven), il vedere e l’udire
sono gleichmässig «ponti che condu¬cono all’anima,
e niente più di questo» . Cadute le barriere
estrinseche di delimitazione fra visione (occhio) ed ascolto
(orecchio), il risultato conseguito rimane il medesimo, l’attingimento
della nostra dimensione più profonda (la interiore).
A prevalere è dunque il principio del linguaggio ‘interno’
dell’arte, che non può essere scomposto astrattamente
in ‘musica’, ‘arti visive’, in quanto
è l’attestazione-rivelazione di qualcosa di me¬tafisico,
un geheimnisvolles Müssen, un destino. Se si sceglie
come assunto: un’arte è un Organismus, una indivi¬dualità
asistematica, è naturale inferire che i suoi confini
siano d’ordine storico e non tecnico o fisiologico:
«Non vi sono generi artistici che si mantengano attraverso
tutti i secoli e le civiltà... Ogni singola arte, il
paesaggio cinese non meno dell’arte plastica egiziana
e del contrappunto gotico, esiste una volta sola e non ri¬torna
più come anima e come simbolismo» . Se si applica
tale criterio al problema da cui sono partito, la correlazione
o disgiunzione fra il plastico-figurativo ed il propriamente
musicale, si possono riscontrare declinazioni insospettate,
per esempio lo scambio di funzioni fra pittura e musica; fino
ad un certo punto la pittura rappresentò l’arte-guida:
«… nel diciassettesimo secolo – la musica
dipinge, coi timbri caratteristici degli strumenti, con la
contrapposizione fra archi e strumenti a fiato, fra voci cantanti
e voci strumentali. Inconsciamente, essa ambisce emulare i
grandi maestri, da Tiziano fino a Rembrandt e a Velasquez.
Essa presenta immagini; in ogni frase un tema delimitato sul
fondo del ‘basso continuo’: è lo stile
delle suonate, da Gabrieli... fino a Corelli...Essa dipinge
paesaggi eroici nella cantata pastorale; essa disegna un ritratto
con le linee della melodia nel lamento di Arianna del Monteverdi»
. Con l’affermarsi dei maestri tedeschi e della musica
assoluta, il primato passa a quest’ultima e sempre più
recisamente l’arte plastica viene esclusa dalle possibilità
più profonde di questo mondo di forme. Quando un’arte
suggella con la sua supremazia un’epoca storica, la
sua trasversalità viene pregiudizialmente assicurata;
per questo, a rigore, non si può parlare di una musica
antica, che più correttamente dovrebbe essere definita
un’arte plastica dell’orecchio. I gruppi a quattro
toni, la cromatica e l’enarmonia hanno un significato
non armonico, ma tectonico, si tratta della stessa differenza
fra corpo e spazio. La musica antica è sostanzialmente
monodica, sviluppan¬dosi i suoi pochi strumenti in riferimento
alla plastica del suono e divenendo, come lo stesso verso
antico da Omero fino al tempo di Adriano, la melodia quantitativa:
le sillabe sono trattate come corpi ed è dal loro volume
che dipende il ritmo.
La correlazione e l’antitesi fra arti della visione,
che mutua il proprio principio fondante dalle arti fi¬gurative,
ed arte dell’ascolto che, viceversa, lo assume dalla
musica, viene riformulata da Spengler come anti¬tesi tra
l’ideale apollineo (contrassegnato dal primato del plastico)
ed il faustiano, dominato dal propriamente musicale. Un dominio
che comunque si esercita in maniera trasversale e non unilaterale,
se il rapporto fra i due principi è dello stesso tipo
di quello che intercorre fra nudo e ritratto, fra corpo e
spazio, fra momento e storia, fra primo piano e profondità,
fra numero euclideo e numero analitico: «La statua s’irradica
al suolo, la musica (e il ritratto occidentale è musica;
è un’anima tessuta con toni coloristici) riempie
l’illimitatezza dello spazio. La pittura a fresco è
collegata con la parete, è contessuta con essa; invece
la pittura a olio come un quadro non è vincolata a
un dato luogo. La lingua apollinea delle forme rivela un divenuto,
quella faustiana rivela, anche e soprattutto, un divenire»
. Si tratta di due atteggiamenti-vocazioni che, a seconda
dell’epoca storica, attraversano nella stessa misura
tutte le arti. All’apice di ogni civiltà sta
lo spettacolo di un magnifico gruppo di grandi arti, ben ordinato
ed unificato dal simbolo elementare che sta a fondamento di
esse tutte. Nel gruppo apollineo rientrano la pittura su vaso,
l’affresco, il bassorilievo, l’architettura delle
colonnate, il dramma attico, la danza ed il suo centro è
costituito dalla scultura della statua nuda. Il gruppo faustiano
si cristallizza invece intorno all’ideale della pura
infinità spaziale ed il suo discrimine è rappresentato
dalla mu¬sica strumentale. Il passaggio dall’ideale
apollineo a quello faustiano è scandito dal trionfo
della musica as¬soluta: «La musica si libera dai
resti della corporeità sussistente nel suono della
voce umana. Diviene assolu¬ta. Da immagine che era, il
tema si trasforma in una funzione fondamentale, il cui essere
consiste in uno sviluppo; lo stile della fuga di Bach può
essere solo chiamato una differenziazione ed una integrazione
infinita. Ma le pietre miliari sulla via del trionfo della
musica pura sulla pittura sono le ‘Passioni’ composte
in vecchiaia da Heinrich Schütz... A partire da tal punto,
questa musica è l’arte faustiana per eccellenza,
e Watteau si può chiamarlo un Couperin pittore, Tiepolo
un Händel pittore» . Soprattutto nella Germania
del diciottesimo secolo vi fu una vera e propria Kultur der
Musik, che compenetrava tutta la vita, civiltà esemplarmente
espressa dal tipo di direttore d’orchestra Kreisler,
creato da E.Th.A. Hoffmann.
In questa ricostruzione dello spirito faustiano-musicale,
lo scambio fra endiadi e disgiunzione di arti della visione
e dell’ascolto diventa pienamente cogente, anzi, nella
sostanza, dato il primato storico-epocale espresso da un determinato
principio, quello scambio finisce col postulare una forte
identità, potenzialmente declinabile in maniera plastica
o faustiana a seconda del periodo storico, Pergamo diventa
l’ideale controparte di Bayreuth. Col Tristano di Wagner
muore anche l’ultima delle arti faustiane e si compie
l’estrema antitesi dell’arte pla¬stica greca:
«Tutto naufraga in una infinità incorporea; perfino
la melodia lineare non sorge più che da vaghe masse
tonali le quali in uno strano mareggiare evocano uno spazio
immaginario» .
(Elio Matassi è Direttore del Dipartimento di Filosofia
dell’Università degli Studi Roma Tre)
La recensione (1810) si può trovare in E.Th.A.. Hoffmann,
Schriften zur Musik. Aufsätze und Rezensionen, München,
Winkler Verlag, 1963, pp. 34-51.
E.Th.A. Hoffmann, La musica strumentale di Beethoven, in Poeta
e compositore. Scritti scelti sulla musica, a c. di Mariangela
Donà, Fiesole, Discanto, 1985, p. 3.
E.Th.A.. Hoffmann, Scritti musicali, a c. di G. Pienotti e
A. Ulm, Firenze, 1931, p. 212.
C. Dahlhaus, L’idea di musica assoluta, trad. it. a
c.di Laura Dallapiccola, Scandicci (Firenze), La Nuova Italia,
1988, p. 51.
E.Th.A. Hoffmann, Scritti musicali…, cit., p. 145.
Ivi, p. 230.
J. Paul, Vorschule der Aesthetik, a c. di N. Miller, München,
1963, p. 93 e sgg.
J.W. Ritter, Frammenti dall’opera postuma di un giovane
fisico. Un tascabile per gli amici della natura, trad. it.
a c. di Giancarlo Baffo, Roma-Napoli, Edizioni Theoria, 1988,
p. 256.
E.Th.A. Hoffmann in Kreisleriana, Romanzi e racconti, a c.
di Carlo Pinelli, trad. it. di Carlo Pinelli, Alberto Spaini
e Giorgio Vigolo, vol. I, Torino, Einaudi, 1969, pp. 303-04.
O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti
di una morfologia della Storia mondiale, trad. it. a c. di
Julius Evola, riveduta da Rita Calabrese Conte e Margherita
Cottone, Introduzione di Stefano Zecchi, Parma, Guanda, 1995,
p. 331.
Ibidem
Ivi, p. 332.
Ivi, p. 335.
Ivi, p. 342.
Ivi, p. 399.
Ivi, p. 425.
Ivi, p.442
VANILOQUIO DOMENICO GUZZI
In fondo c’era da aspettarselo, e chi s’indigna
(o finge), e chi sbraita (o finge), non fa che esercizio di
ipocrisia. La grande comunicazione, la comunicazione immediata
tra una parte e l’altra del mondo, doveva inevitabilmente
condurre ad una omologazione dei linguaggi dell’arte.
A qualsiasi meridiano o parallelo non si pratica che la medesima
esperienza, mutando solo talune modalità tematiche.
Ma la griglia è quella. Così tutti sono artisti.
E nessuno si chiede più che cosa sia l’arte.
Siamo invasi da una serie di azioni, fotomontaggi, fotografie,
video. E quel che un tempo, e tutt’ora, era la pittura
e la scultura fa una strana impressione se inserita, quando
lo è, in taluni contesti. Oggi, diciamolo, è
sufficiente avere una mezza idea per finire con l’essere
idolatrati quali punte emergenti. E se la mezza idea si fa
comune ad una folla di artisti, la folla viene anch’essa
idolatrata, e senza alcuna differenza viene a trovarsi in
contesti cui, un tempo, sarebbe rimasta fuori dalla porta.
Ma è il progresso, e innanzi ad esso nessuno ha intenzione
di fare brutta figura; nessuno potrebbe azzardarsi ad opporre
una voce contraria, se non a rischio d’esser tagliato
fuori dalla società culturale.
Ora, che non tutti fossero pittori e scultori è certamente
rispondente al vero. E il discorso vale per il passato quanto
per il presente. Non tutti di quanti hanno avuto una propria
eco avrebbero dovuto e potuto averla. Ma tant’è,
son stati giudicati tali. Con metri a volte non idonei al
giudizio estetico. Solo che a questo se ne sono aggiunti altri
che hanno, da par loro, modificato propriamente il giudizio.
Per di più tendendo ad una giustificazione di tutto
quanto si andava facendo e proponendo. Ed hanno costituito
il grimaldello per giungere ad altro. Il che ha reso il territorio
dell’arte assai promiscuo e certo non più rispondente
ad una serie di valori e considerazioni che lo tenevano.
Quando, ad esempio, si giunse alla performance -e si sta parlando,
oramai, di decine d’anni or sono- pochi si accorsero
che quell’esperienza aveva nulla in comune con quanto
per arte visiva si era inteso, e s’intendeva. Nessuno
si accorse (o finse) che si trattava di un qualcosa che aveva
più strette parentele, ad esempio, con la teatralità
e, dunque, poteva e doveva venir giudicata con quei metodi.
Che, occupando uno spazio, fondandosi sull’azione o
sulla non-azione, non poteva esser pari ad una cert’idea
che si aveva dell’arte. Ma andò benissimo. La
società culturale si sbracciò tirandosi i capelli
dall’emozione e dalla gioia. Era pressoché l’inizio
di un processo inarrestabile che non poteva non condurre al
punto in cui siamo. E’ avanguardia, si disse. Benissimo.
Non può negarsi l’avanguardia. Ma questa è
punta avanzata, se dilaga si chiama accademia. A meno di non
possedere tali doti inventive da tener tutto sul filo, sempre,
d’una grande creatività. D’una qualitativa
novità costante. Ora, sembrerebbe che di qualitativa
novità nel senso stretto della parola non possa discorrersi.
Se per novità vogliamo intendere i termini di un linguaggio.
Il quale, è pur sempre lo stesso.
Vengono, oltretutto, a disperdesi le peculiarità della
critica. Questa, in rapporto a quella “fotografica”,
ad esempio, non può che avere mezzi diversi di lettura
e di considerazione. Dunque, aboliamo la critica d’arte.
Questa, è vero tradizionalmente intesa, non ha più
ragione d’essere, se esiste una critica fotografica
e di videoarte. Ora, non avendo le chiavi di quello specifico,
e considerando quanto sempre più viene a proporsi alla
ribalta di grandi mostre, si direbbe che nelle fotografie
e nei video occorre, come in qualsiasi altro specifico, una
tecnica. Esiste ancora una tecnica fotografica? O è
sufficiente un’idea al di là dei modi in cui
essa si propone? Ecco, si crede che parte dei problemi possano
ruotare attorno a tale interrogativo. Così come, per
anni, si è pur discusso di tecnica pittorica. Vale
una foto o un video concretati in modo dissonante rispetto
ad una qualità di immagine? Forse sì, se il
dilagare di queste soluzioni ne dà conferma.
Certo che occorreva diffidare di certa oscurità del
linguaggio critico. Il quale, non appianando i ragionamenti,
si proponeva in maniera criptica, e sempre più oscura.
Modo che poteva anche lasciar supporre una mancanza di idee
chiare pur in quanti scrivevano. Ma anche, e soprattutto,
lasciavano supporre certa difficoltà nella resa delle
giustificazioni. L’oscurità del linguaggio, il
quale trovava inoltre parentele in linguaggi di specifici
paralleli, era dunque testimonianza di un disagio. Ma quanti
se ne accorsero? Al di là di certa cortina fumogena
di parole difficili e poco praticate poteva scorgersi non
solo la difficoltà di un pensiero critico, ma la difficoltà
a trovar giustificazioni plausibili per ogni evento che si
andava proponendo. E’ chiaro, ogni disciplina ha il
suo linguaggio. Ma ogni termine ha il suo sinonimo. C’è
stata, forse, anche da parte della critica, la voglia di sembrare
intelligentemente innovativa, aggiornata, al passo con i tempi.
E, a volte, in anticipo sui tempi. Sino all’intesa d’una
cosiddetta critica creativa. Che ha tentato, riuscendoci a
volte, a surclassare la stessa arte. Ora, s’intende,
il critico non è un personaggio subalterno. Non foss’altro
che per esser uno scrittore, a volte con un proprio stile,
il critico è artista anch’egli. E, per di più,
con capacità di cogliere laddove non tutti giungono
a cogliere. Ciò ne fa un personaggio quanto meno alla
pari con l’artista. Ma se al critico si toglie l’oggetto
della sua analisi (l’opera), il critico non è
più tale; diviene un filosofo. Un ragionatore in astratto
(sull’arte). Il che è ovvio che non sia per nulla
un male ma, allora, mutiamo la parola.
C’è da essere alquanto perplessi (se non proprio
indignati) di fronte a certe grandi mostre che ostentano i
termini d’una avanguardia permanente e, in pari tempo,
presentano due o tre grandi nomi di un’arte “tradizionale”
sottintendendo che essi e solo essi sono degni d’esser
presenti. E pur sottintendendo -ciò è ancor
peggio- una loro parità accanto a sperimentatori d’accatto.
Non si possono creare confusioni. Le cose vanno tenute separate,
perché possano, alla fine, essere comprese. Perché
le fonti della pittura non sono mai pari a quelle di altri
linguaggi e, dunque, si tratta di entità imparagonabili.
Tuttavia c’è un qualcosa di maggiormente perverso.
Presentando solo un paio di nomi di pittori storici, tra loro
differenti e di pari dignità, in un contesto ad essi
assolutamente estraneo, si tende a dimostrare la fine inevitabile
di un’esperienza, e l’ufficiale affermazione di
un’altra. C’è, dunque, un “disegno”
che si propone. Ed è chiaro che se ciò accade
in contesti celebrati non può che sottintendersene
la positività. Come se in tutto il mondo -e francamente
rifiutiamo una tale ipotesi- non si facesse null’altro
di positivo se non opere di cosiddetta avanguardia. Alla fine
si esce annoiati. E quel che è peggio è che,
a volte, può uscirsi con l’idea della propria
inutilità. Che si è, per anni, creduto e lavorato
sull’onda di taluni valori i quali, ad un certo punto,
sono stati dichiarati superati. E se non si ha la capacità
di tenersi al passo, si è fuori. Ora c’è
da chiedersi se valga o meno la pena d’essere dentro
o fuori. Esser dentro equivale assoggettarsi a presupposti
nei quali non si crede più di tanto. Ma esser fuori
equivale ad una sorta di iattura peggiore. Non sei. O, meglio,
ti fanno credere di non essere.
DICEMBRE 2008
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